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Chi fa parte del «noi» democratico ?

Il 7 luglio si è tenuto il secondo webinar della nostra serie di eventi «Costruire insieme la resistenza contro il backlash». Dopo aver inquadrato storicamente i movimenti reazionari di opposizione nella prima puntata, questa volta abbiamo rivolto lo sguardo al presente: in quali ambiti la democrazia svizzera non è all’altezza delle proprie aspirazioni – e come potrebbe essere una democrazia alla quale tutte e tutti possano davvero partecipare? Insieme a Sunčana Laketa, responsabile del settore Analisi e processi di conoscenza, e Artan Islamaj, co-direttore dell’Istituto Nuova Svizzera (INES), abbiamo discusso, sotto la moderazione di Delilah von Streng, di esclusioni politiche, di un diritto di cittadinanza al passo con i tempi e di prospettive post-migratorie sulla democrazia svizzera.

Indice dei contenuti

Il nostro ospite: l’Istituto Nuova Svizzera (INES)

L’INES si definisce un «Think & Act Tank» per una democrazia equa, plurale e sostenibile. L’istituto coniuga l’analisi politica con la pratica culturale e crea spazi in cui si incontrano esperienze e forme di conoscenza diverse. Durante il webinar è emerso subito chiaramente che la democrazia non consiste solo di istituzioni, votazioni ed elezioni. È fondamentale anche chi ha accesso a queste opportunità, quali esperienze vengono ascoltate e chi è considerata/o parte integrante della comunità politica.

Una democrazia con grandi lacune

La Svizzera è orgogliosa della sua tradizione di democrazia diretta. Le cittadine e i cittadini possono votare regolarmente su proposte politiche, lanciare iniziative e indire referendum. Allo stesso tempo, oltre un quarto della popolazione residente permanente non possiede la cittadinanza svizzera ed è quindi escluso dalle elezioni e dalle votazioni a livello federale. Alla fine del 2024, questa percentuale era pari al 27,4 per cento della popolazione residente permanente. (1)

Molte di queste persone vivono in Svizzera da anni o da decenni. Lavorano qui, pagano le tasse, crescono le proprie figlie/ i propri figli, si impegnano nelle associazioni e nei quartieri e sono direttamente interessate dalle decisioni politiche. Ciononostante, a livello federale non possono partecipare alle decisioni su quali leggi si applichino a loro o su chi le rappresenti politicamente.

Una delle tesi centrali del webinar era quindi:

Laddove si decidono questioni che riguardano molte/i di coloro che non possono votare, la democrazia perde credibilità e forza inclusiva. (2)

Questa constatazione non mette in discussione le conquiste democratiche della Svizzera. Esorta piuttosto a prendere sul serio l’aspirazione democratica e a verificare dove le istituzioni esistenti non siano più all’altezza della realtà sociale.

La migrazione non è uno stato di eccezione

Per descrivere questa realtà, l’INES utilizza il termine «post-migratorio». Il prefisso «post» non significa che la migrazione sia terminata o sia scomparsa. Una società post-migratoria è una società in cui la migrazione ha avuto luogo da tempo, plasma il presente e il futuro e non può più essere considerata un’eccezione temporanea.

Le persone convivono con storie familiari, lingue, esperienze e appartenenze multiple diverse. Non sempre è possibile classificarle in modo univoco in categorie come «svizzero» e «straniero» o «di qui» e «di là». Questa diversità non è uno sviluppo futuro a cui la Svizzera dovrebbe ancora prepararsi. Fa ormai parte della vita quotidiana da tempo.

INES parla quindi di una «Nuova Svizzera»: essa è al tempo stesso realtà vissuta e visione politica. L’obiettivo non è quello di appianare tutte le differenze. Si tratta piuttosto di una società in cui i diversi contesti e le diverse appartenenze siano riconosciuti come normali e in cui tutte e tutti possano contribuire insieme al futuro.

La prospettiva post-migratoria sposta così anche la domanda politica di partenza. Anziché chiedersi costantemente se le persone con un passato migratorio siano sufficientemente «integrate», la responsabilità delle istituzioni passa in primo piano: le nostre strutture politiche sono abbastanza aperte da consentire a tutte le persone che vivono qui di sentirsi effettivamente parte integrante della società e di potervi partecipare?

Naturalizzazione: ricompensa o diritto democratico?

Un’altra critica fondamentale mossa dall’INES è rivolta all’idea che la naturalizzazione rappresenti il punto di arrivo di un processo di integrazione riuscito. Secondo questa logica, una persona deve prima dimostrare, nel corso di molti anni, di essere sufficientemente «integrata» dal punto di vista linguistico, culturale, sociale ed economico. Solo allora ottiene i pieni diritti politici.

INES ritiene che questa concezione sia superata sia dal punto di vista politico che empirico. La parità politica non è solo una possibile ricompensa per un’integrazione già avvenuta. Può essere essa stessa un presupposto affinché le persone si sentano parte integrante della società, si assumano responsabilità e partecipino a lungo termine alla vita politica e sociale. La cittadinanza non dovrebbe quindi essere intesa come un riconoscimento riservato a persone particolarmente «meritevoli», ma come fondamento di un’appartenenza democratica paritaria.

Ciò non significa che ogni discussione sui requisiti sia automaticamente illegittima. È invece determinante quale concezione di appartenenza vi stia dietro. Le persone devono prima dimostrare di corrispondere culturalmente a un presunto ideale svizzero omogeneo? Oppure l’appartenenza democratica si basa sul fatto che le persone vivano qui in modo permanente, siano interessate dalle decisioni politiche e contribuiscano a plasmare la società?

L’argomentazione di INES a favore di un nuovo diritto di cittadinanza mette quindi in discussione anche lo stretto legame tra diritto di cittadinanza e identità nazionale. Non appena l’appartenenza politica dipende dalla dimostrazione di una determinata appartenenza culturale, si crea una gerarchia: per le persone nate con il passaporto svizzero, la loro appartenenza è scontata. Tutte le altre persone devono invece spiegarla, dimostrarla e farla riconoscere dalle autorità più e più volte. (2)

Quando i diritti politici dipendono dalla sicurezza economica

Nel webinar è stato inoltre evidenziato che una normativa restrittiva in materia di naturalizzazione crea non solo limiti politici, ma anche sociali ed economici. Debiti fiscali in sospeso, premi dell’assicurazione sanitaria non pagati o un pignoramento dello stipendio possono essere interpretati, nell’ambito della procedura di naturalizzazione, come indizi del fatto che una persona non sia sufficientemente integrata dal punto di vista economico.

Di conseguenza, l’accesso ai diritti politici viene legato, almeno indirettamente, alla sicurezza economica. Le persone con redditi modesti, rapporti di lavoro precari o difficoltà finanziarie non devono solo fare i conti con le conseguenze immediate della loro situazione. La loro condizione economica può inoltre compromettere la loro possibilità di diventare membri a pieno titolo della democrazia.

Tali condizioni non si applicano alle persone che possiedono la cittadinanza svizzera per nascita. Queste non perdono il diritto di voto né il diritto di eleggibilità né a causa di debiti, né a causa della disoccupazione o dell’assistenza sociale percepita. È proprio questo doppio standard a sollevare questioni fondamentali: perché alcune persone devono dimostrare la propria idoneità economica e sociale per ottenere diritti politici che ad altre spettano indipendentemente dal loro comportamento?

Una democrazia inclusiva deve quindi tenere conto anche del legame esistente tra disuguaglianza sociale ed esclusione politica. I diritti formali da soli non bastano se l’insicurezza economica impedisce alle persone di acquisire tali diritti o di esercitarli efficacemente.

La partecipazione non si limita solo alle urne

Allo stesso tempo, Laketa e Islamaj non hanno limitato la partecipazione democratica al diritto di voto. Durante la presentazione hanno preso la parola alcune persone che hanno descritto ciò che le trattiene dall’impegno politico. Sono stati citati la sensazione di essere perennemente emarginate/i, la mancanza di modelli di riferimento e di rappresentanza, il razzismo strutturale, le scarse prospettive di cambiamento o la preoccupazione di non essere abbastanza eloquenti per gli spazi politici.

Queste esperienze dimostrano che uno spazio non diventa automaticamente inclusivo solo perché, in teoria, tutte e tutti possono accedervi. Le persone devono anche sperimentare che le loro prospettive vengono prese sul serio, che non devono giustificare costantemente la loro presenza e che le loro conoscenze vengono riconosciute come rilevanti.

Il lavoro politico si svolge inoltre in molti luoghi che non vengono sempre percepiti come istituzioni politiche: nell’assistenza sociale, nei progetti culturali, nelle organizzazioni autonome di migranti, nei quartieri, nei sindacati, nelle associazioni e nelle reti di solidarietà. Chi instaura relazioni in questi contesti, sostiene le persone o dà visibilità ai problemi sociali, contribuisce anch’esso a plasmare la convivenza.

INES parla quindi di produzione collettiva di conoscenza. Non solo la conoscenza accademica o il linguaggio politico professionale contano come competenza. Anche le esperienze quotidiane, fisiche ed emotive di emarginazione, appartenenza e resistenza trasmettono conoscenze importanti su come funzionano effettivamente le società democratiche.

Creare spazi in cui nascano nuove prospettive

Con progetti come il «Tour de Nouvelle Suisse», l’INES ha portato questa prospettiva in diverse città e regioni rurali. Persone provenienti dal mondo della cultura, della politica, dell’economia, dell’amministrazione e della società civile hanno discusso insieme su una nuova identità di cittadine e cittadini. Nel progetto pilota «Fokus – le mie prospettive democratiche post-migratorie» sono state invece messe in luce le esperienze di esclusione, gli interessi politici e il lato emotivo della partecipazione democratica.

Questi spazi sono molto più che semplici incontri di discussione. Consentono alle persone di percepirsi come attori politici, di riconoscere interessi comuni e di stringere nuove alleanze. Dimostrano inoltre che la partecipazione democratica non nasce solo da una modifica legislativa. Richiede tempo, conoscenze, sicurezza sociale, istituzioni accessibili e relazioni in cui possa crescere la fiducia.

Con il programma «Swiss Dream», INES porta avanti questo lavoro. Al centro vi è la domanda: a quali condizioni le persone possono effettivamente partecipare alla vita sociale, economica e politica? Anziché fare dell’ascesa individuale di singoli soggetti l’unico obiettivo, si vuole dare vita a un sogno comune che metta al centro la responsabilità collettiva, le infrastrutture sociali e la partecipazione democratica.

La lotta per la partecipazione ha una storia

L’impegno per una democrazia più inclusiva non è una novità. Nel webinar, Laketa e Islamaj hanno ricordato una manifestazione del movimento Mitenand del 28 ottobre 1978. All’epoca circa 3’000 persone si radunarono sulla Bundesplatz per chiedere una politica delle/ degli straniere/i più umana, in cui «lo straniero fosse una persona con gli stessi diritti di uno svizzero».

Quasi cinque decenni dopo, persone con e senza diritto di voto, nonché con e senza un passato migratorio, hanno presentato l’iniziativa per la democrazia. Nel corso di un anno e mezzo hanno raccolto 104’569 firme valide a favore di un diritto di cittadinanza moderno. L’iniziativa richiede requisiti di naturalizzazione più uniformi e una maggiore competenza della Confederazione. Il Consiglio federale ne raccomanda il rifiuto senza controproposta; il dibattito politico al riguardo, tuttavia, non è ancora concluso.

Il confronto tra questi due momenti mette in luce che la lotta per l’appartenenza e la parità politica ha una lunga storia. Ma mostra anche come le persone, anche in condizioni di esclusione, possano dare impulso a cambiamenti politici. Persone prive del diritto di voto hanno partecipato alla raccolta delle firme per l’Iniziativa per la democrazia, sebbene in seguito non potessero votare direttamente sull’iniziativa stessa.

Storicamente, i diritti democratici sono stati raramente estesi volontariamente da coloro che già ne godevano. Spesso sono stati i movimenti sociali e i gruppi emarginati a mettere in discussione le concezioni esistenti di appartenenza e ad ampliare la cerchia di coloro che godono di pari diritti politici.

La democrazia ha bisogno di qualcosa di più delle istituzioni

Una democrazia post-migratoria non nasce quindi solo da un nuovo passaporto o da una singola riforma legislativa. Ha bisogno di un’infrastruttura democratica: spazi accessibili, sicurezza sociale, educazione civica, rappresentanza e la possibilità di tradurre le esperienze in azioni collettive.

Ciò significa anche non considerare le persone con un passato migratorio solo come vittime di discriminazione o come beneficiarie di misure di integrazione. Sono attrici politiche e attori politici, producono conoscenza, creano organizzazioni e contribuiscono da tempo a plasmare la Svizzera.

La domanda cruciale non è quindi solo come le persone possano integrarsi in una società già consolidata. Dobbiamo anche chiederci come debbano cambiare la società e le sue istituzioni affinché tutte e tutti coloro che vivono qui possano parteciparvi su un piano di parità.

Una democrazia soddisfa la propria pretesa solo quando non ascolta solo le voci di coloro che ne fanno già parte. Deve anche essere disposta a modificare la propria concezione di chi fa parte di questo «noi» democratico.

Breve spiegazione dei termini

Alcuni termini politici non fanno parte del linguaggio quotidiano. Qui spieghiamo brevemente che cosa significano in questo articolo.

Postmigratorio
Descrive una società che da tempo è profondamente e stabilmente caratterizzata dalla migrazione. La migrazione non viene considerata un’eccezione, ma una componente normale della realtà sociale.

Appartenenze multiple
Una persona può sentirsi contemporaneamente legata a luoghi, lingue, culture o gruppi sociali diversi. Queste appartenenze non si escludono a vicenda.

Razzismo strutturale
Le discriminazioni non derivano soltanto da singole persone apertamente razziste. Anche regole, procedure e istituzioni possono fare sì che determinati gruppi della popolazione abbiano sistematicamente minori opportunità.

Produzione collettiva di sapere
Il sapere viene sviluppato insieme. Non sono considerate preziose soltanto le competenze scientifiche, ma anche le esperienze personali e le conoscenze delle persone direttamente coinvolte in un problema.

Infrastruttura democratica
Con questo termine si intendono tutte le condizioni che rendono possibile una reale partecipazione politica: spazi accessibili, educazione politica, sicurezza sociale, diritti di partecipazione e organizzazioni nelle quali le persone possono agire insieme.

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